Nel piatto dev’esserci il sole

Una storia di tenacia, ritorno alle radici e voglia di condividere la ricchezza perduta

Dopo aver “spazzolato” tutti insieme uno squisito ragù nel cortile della casa, il sorriso di Chiara si è schiuso per comunicarci che alla fine del pasto «…nel piatto dev’esserci il sole!», riferendosi all’olio di un giallo infuocato rimasto sul fondo. E un ragù già squisito si è fatto capolavoro! Un piccolo aneddoto per raccontare di un luogo, l’Agriturismo Casa Vallona, in cui la saggezza, il ricordo di una quotidianità rurale, la meraviglia e l’ospitalità si incontrano. Siamo a Monte San Pietro, in un piccolo borgo sulle colline del Bolognese, tra case padronali, stalle, fienili, una torretta colombaia e una locanda. A Casa Vallona si producono il Terminillo, un grano antico, il vino Barbera naturale, il miele e altri prodotti delle api, verdure e frutta, confetture e composte ottenute da varietà antiche, la lavanda. Il progetto nasce 4 anni fa intorno al sogno di una ragazza tenace, Chiara Battistini, che ha voluto recuperare le sue radici in questo luogo magico. Oggi fa vivere e assaggiare lo spirito di queste terre a ospiti da tutto il mondo e noi l’abbiamo intervistata.


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Ci racconti del progetto di Casa Vallona?

Sono titolare dell’azienda agricola. La mia è una storia di ritorno in Appennino, dato che fino ai 18 anni ho abitato in queste zone. Dopo essermi spostata per lavoro verso Bologna e Milano, nel 2014 ho lasciato tutto per avviare questa attività. La scelta è partita piano piano, qui venivo da bambina, c’erano i miei bisnonni, e poi nel tempo sempre meno, ma ogni tanto passavo comunque da queste parti per fare una passeggiata nel podere e mi si stringeva il cuore nel vedere questi luoghi meravigliosi in un pietoso stato di abbandono. Quello che abbiamo recuperato ci parla di una vita contadina ormai scomparsa, di tradizioni, di ritmi che ruotavano intorno alle stagioni e al clima. Nel 2014 mi sono decisa a tornare qui utilizzando le nuove tecnologie, soprattutto di comunicazione. Con internet posso richiamare una clientela internazionale, posso raccontare a molte persone questa piccola realtà; dalla Spagna alla Nuova Zelanda, chiunque può venire qui ad assaporare questi ritmi contadini.

 

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C’è più “vecchio” o “nuovo” a Casa Vallona?

Sono le due anime di Casa Vallona, il progetto è nato sul web con un blog che ha raccontato le fasi del recupero. Pubblicavo le foto dei vari ritrovamenti, dai manifesti pubblicitari agli attrezzi da lavoro, passando per i contenitori in rame. Il blog ha raccontato le storie che via via riaffioravano intorno a questi frammenti di una vita che non c’è più e ha presto raccolto un nutrito gruppo di lettori interessati al progetto, a queste terre e al fascino di uno stile di vita.

Qual è il valore più profondo di questo progetto?

Il valore più grande è quello dell’incontro, quello tra gli ospiti di Casa Vallona e questa grande ricchezza immateriale. L’anima di chi lavorava queste terre, seguendone i ritmi e i cambiamenti, rivive negli oggetti artigianali, nei pozzi scavati a mano, nei solchi delle pietre… a tutto questo si avvicinano gli ospiti di Casa Vallona. Vogliamo raccontare per non far morire questa eredità.

Parlando invece di ricchezze “materiali”, a quali prodotti tieni di più?

Pane e vino sono i due simboli per eccellenza del mangiare contadino. Il grano mi dà molte soddisfazioni. Coltiviamo la varietà “Terminillo”, un incrocio tra segale e frumento sviluppato nel 1923 per resistere alla ruggine del grano e al clima montano. Emotivamente però sono molto legata al vino che produciamo, il nostro Barbera è dedicato a mio nonno, si chiama Vincenzo appunto, come lui. Amava molto questo vino, lo reperiva dai produttori che oggi mi affittano la vigna qui a monte San Pietro. Ci ha lasciati proprio nella settimana in cui imbottigliavano. Quello che cerchiamo di ricreare qui è un rapporto simbiotico tra noi e la natura, un equilibrio che ci permetta di escludere diserbanti, fungicidi, pesticidi e altri additivi che inevitabilmente andrebbero ad adulterare il cibo della nostra tavola.

L’ultima soddisfazione?

Quest’anno mi sento ascoltata e valorizzata, soprattutto dagli organi di comunicazione. Siamo in una località abbastanza isolata e non abbiamo la possibilità di organizzare grandi campagne pubblicitarie, il fatto che in molti vogliano raccontare il progetto che qui stiamo portando avanti mi rende fiduciosa sul suo valore e sul futuro. Sono le piccole cose che ci danno la forza di continuare; a volte è davvero dura, da marzo ad agosto è molto pesante, si lavora sempre, senza interruzioni e orari.

Progetti per il futuro?

Il b&b per ora ha solo una camera, spero di allargarmi, così come spero di arricchire il lato ristorazione. La speranza è che attraverso l’offerta di alimenti genuini e casalinghi possa nascere un interesse per queste terre. Organizziamo già molte attività per riscoprire il territorio: trekking sui calanchi e sulle tracce del lupo, corsi di fotografia alle lucciole e “cacce” al tartufo. 

Alessandro Caviglione

alessandro.caviglione@cibiexpo.it

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